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La Serva padrona

  • Due intermezzi
  • regia di Dario Marconcini
  • musiche di Giovan Battista Pergolesi (libretto di G.A. Federico)
  • scene di Riccardo Gargiulo
  • ideazione di Dario Marconcini
  • luci di Riccardo Gargiulo
  • direttore Stefano Adabbo
  • con Elena Bertini (soprano), Nicola Mugnaini (basso), Pietro Nannini (mimo) e con il Gruppo strumentale Agon Ensemble: Luca Celoni(violino), Valeria Barsanti(violino), Vanessa Paganelli(viola), Carlo Benvenuti(viloncello), Alessandro Barattini(contrabbasso)
È nota la funzione degli intermezzi settecenteschi: dovevano intrattenere il pubblico negli intervalli fra gli atti delle opere serie e spesso venivano composti dagli stessi autori di queste ultime. Erano opere comiche in miniatura, scritte in genere per due cantanti e un organico strumentale limitato agli archi e al clavicembalo.
La Serva padrona, ad esempio, nacque come coppia di intermezzi per il pergolesiano Prigionier superbo, dramma serio in tre atti dato al Teatro S. Bartolomeo di Napoli il 28 agosto 1733. Mentre ne stendeva il testo, probabilmente Gennarantonia Federico non immaginava che nelle mani di Pergolesi La Serva padrona sarebbe divenuta un capolavoro del suo genere, ottenendo un tale favore di pubblico da conquistarsi immediatamente una vita autonoma dal Prigioniero.


Il successo della sua prima rappresentazione a Parigi, nel 1752, non solo le propiziò la diffusione in tutta Europa ma giunse a scatenare la celebre disputa fra sostenitori dell’opera francese di Lully e Rameau e gli estimatori dello stile italiano ben rappresentati da Jean-Jacques Rousseau. Il nostro intermezzo divenne il prototipo dell’opera buffa ed ebbe innumerevoli esecuzioni. Ancora ai giorni nostri sprigiona fascino, freschezza e arguzia tali da garantirgli immutato e spontaneo successo.
Costituita da cinque arie e due duetti, ciascuno dei quali funge da finale d’atto, intessuta di recitativi secchi - cioè accompagnati dal solo clavicembalo - fra i più riusciti della storia dell’opera, La Serva padrona narra la vicenda di Uberto un vecchio celibe che vive con due servi: Vespone (che ha una parte muta affidata ad un mimo) e Serpina, che abita col padrone fin da bambina. Avendola vista crescere, Uberto tratta Serpina con un’indulgenza della quale la ragazza ormai approfitta: all’inizio la vediamo rifiutarsi di portare il caffè al padrone, impedirgli di uscire di casa, percuotere Vespone. Esasperato, Uberto chiede a quest‘ultimo di procurargli una moglie che lo liberi della petulante cameriera. Serpina si dichiara d’accordo: la sposa sarà lei. Uberto va naturalmente su tutte le furie. Allora Serpina architetta uno stratagemma: traveste Vespone da Capitan Tempesta e lo presenta ad Uberto come suo futuro sposo.
Figurandosela in balia di un ribaldo Uberto è angosciato per la sorte di Serpina nei confronti della quale si accorge di provare un inconfondibile sentimento. Così quando il “Capitan Tempesta” si presenta minaccioso a chiedere una cospicua dote o, in subordine, a costringere il padrone al matrimonio, Uberto accondiscende - non così a malincuore - alle nozze con l’astuta servetta.

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