Oblomov
- da
Ivan Goncarov,
- regia di
Roberto Bacci,
- con
Katia Capato, Domenico Castaldo
- con
Francesco Puleo,
- con
Giulio Maria Corbelli, Renzo Lovisolo
dal programma di sala per lo spettatore
Oblomov, il protagonista dell'omonimo romanzo di Goncarov, vive nella sua casa col servo Zachar come segregato nella sua pigrizia e nella sua incapacità di agire.
L'arrivo dell'amico fraterno Stolz con la fidanzata Olga, un tempo innamorata di Oblomov, sembra finalmente spingerlo a traslocare verso Oblomovka, il paese della sua infanzia in cui poter cominciare una nuova vita.
Oblomov si rifiuta ostinatamente di cambiare, con la casa, la scelta del proprio modo di esistere.
Come accade con alcuni grandi personaggi letterari che si identificano o ci fanno identificare con particolari tipi o comportamenti umani (ad esempio Amleto), il nome del protagonista del romanzo di Goncarov è diventato sinonimo di accidia.
Il termine derivato dal romanzo e trasmessosi direttamente ai vocabolari di molte lingue è: oblomovismo.
Lo spettacolo, cercando di tenere a distanza i luoghi comuni sull'oblomovismo, interroga la complessità che si cela dietro questo personaggio attraversando lo specchio in cui si riflette: il romanzo stesso.
Per infrangere questo specchio abbiamo utilizzato una frase apparentemente paradossale di René Daumal: "quando ci si sveglia si è morti", ed è a partire da questa frase e dalle sue molteplici risonanze, che è iniziato il lavoro pratico.
"La vita ci raggiunge dovunque" afferma un Oblomov disperato racchiuso nella propria tana, ma è nostro dovere interrogarci: quale vita? Dove andare per non farsi raggiungere da una vita che sentiamo di dover rifiutare?
E così il motto "o adesso o mai più" con cui Oblomov viene continuamente stimolato, quasi minacciato dal suo migliore amico, trova una eco lontana nel più famoso "essere o non essere". Entrambi ci inquietano e ci respingono verso la domanda da cui siamo partiti: ma, "quando ci si sveglia si è morti"?
Roberto Bacci
Versione solo testo