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Antartide

  • o dell’immersione nel bianco
  • regia di Giancarlo Cauteruccio
  • musiche di Raffaele Brancati
  • costumi di Barbara Weber
  • ideazione di Giancarlo Cauteruccio
  • drammaturgia di Roberto Mussapi
  • luci di Loris Giancola
  • assistenza alla regia di Massimo Bevilacqua
  • elementi scenici di Loris Giancola
  • video di Andrea Montagnani
    elaborazioni audio di Simone Marrucci
  • con Virginio Gazzolo

Pur frequentando in questi anni i grandi autori teatrali del ‘900 quali Samuel Beckett, Harold Pinter, passando per Alfréd Jarry o, come di recente, Corrado Alvaro, Giancarlo Cauteruccio non ha mai tralasciato incursioni nella drammaturgia poetica.
La poesia, luogo speciale della parola, ha rappresentato l’occasione di incontro con Mario Luzi per Opus Florentinum, con Roberto Carifi che per Krypton ha scritto Dino Campana, un poeta in fuga e con Marco Palladini per MeDea e Pithagora Iperboreo, due testi originali.
Con Antartide Cauteruccio esplora nuovamente i territori della poesia, scegliendo l’opera di Roberto Mussapi. Antartide, pubblicato da Guanda nel 2000, è un poema che risulta avere in sé un’autonoma ed intrinseca drammaturgia.
È il 1901. L'uomo occidentale, che ha esplorato e conquistato quasi tutte le terre e i mari del mondo, si avventura nell'ultimo continente inesplorato, la mitica Antartide, di cui si favoleggia dal tempo dei greci e a cui si sono avvicinati nei secoli i grandi navigatori. Ma quando finalmente lo raggiunge, comprende che l'ultimo continente è solo ghiaccio e allucinante biancore. Questa è la conquista con cui si apre il nostro secolo: il nulla. Partendo da questo assunto Roberto Mussapi ha scritto un poema sulla conquista dell'Antartide che diventa metafora della condizione e della crisi dell'uomo del XX secolo.
Protagonista unico della pièce è Virginio Gazzolo, la cui voce grazie ad innovative tecnologie è amplificata ed espansa sulla scena per narrarci il drammatico viaggio della nave Endurance, mentre immagini generate da un sofisticato sistema digital-visual creano il paesaggio onirico e visionario.
Un bianco accecante, una prigione di ghiaccio in cui il comandante Tom Crean racconta la vita e in cui lui e gli uomini del suo equipaggio lottano strenuamente contro la morte.

"Endurance: il nome della nave pare prefigurarne il destino, indica resistenza, sopportazione. A bordo di Endurance salpa l’equipaggio di Shakleton, che si prefigge di attraccare in Antartide, per poi attraversare con i suoi uomini il continente a piedi. Da poco il Polo Sud è stato scoperto, una gara all’ultimo respiro tra una spedizione inglese e una norvegese, al comando rispettivamente del grande Scott e di Amundsen. Quest’ultimo, spregiudicato, giunge per primo, dalla disperazione Scott si lascia morire durante una tempesta di neve, a pochi chilometri dal campo base. Shakleton vuole la rivincita dell’Inghilterra, l’impresa si rivelerà una sorta di Anabasi a lieto fine, un’Odissea. Il pack si condensa, imprigionando la nave tra ghiacci, dopo nove mesi (il tempo di una gravidanza) lo scheletro di Endurance cede, a poco a poco si schianta, gli uomini devono evacuarla, trasferendosi nei pressi, in un accampamento sul ghiaccio, isolati da tutto. Mentre le provviste si esauriscono gli uomini lottano contro l’immobilità come avevano fatto durante la forzata prigionia nel sinistro albergo della nave, guardando le immagini della lanterna magica di Hurley il fotografo, seguendone le storie di paesi esotici, o, da buoni inglesi, recitando Shakespeare, senza problemi per i ruoli femminili, in base alla memoria della tragedia elisabettiana.
Una voce narra, scrive un fermo e tremante diario di bordo, è quella di Tom Crean, irlandese, comandante in seconda. Il suo ruolo è quello del tramite, in parte capo in parte membro dell’equipaggio, medium tra Shakleton e il mondo che lo segue, ruolo di narratore, di voce narrante. L’impresa di conquista si è trasformata nel sogno del ritorno, che avverrà, senza perdite umane, grazie alla solidarietà che la forzata, letargica immersione nel bianco inverno di ghiaccio ha suscitato nel cuore degli uomini. Il neonato secolo del Nulla (Antartide, il continente senza vita, la terra della morte, è scoperto nel 1901), che imprigiona i suoi novelli argonauti, è però solcato dalla loro umana resistenza alle forze annichilenti. La voce di Tom Crean racconta la resistenza di quell’equipaggio, la volontà del ritorno, la riscoperta della vita nel gelo della mortale tenaglia del ghiaccio.
Nel bianco disanimante, nel silenzio disperante del ghiaccio (di ghiaccio è il fondo dell’Inferno di Dante, non di fuoco), la voce del comandante in seconda, del narratore, dell’attore, rievoca la vita, riporta in scena la memoria e la sua capacità di salvare il presente. La voce, la memoria, infatti, non salvano soltanto il passato che rievocano, ma grazie a quel passato, grazie al fatto di parlare e sopravvivere, rendono vero il presente, vero cioè suscettibile di epifanie, visioni, fertile terra di possibili accadimenti."
(Roberto Mussapi)

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