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Molière/La scuola delle mogli

  • di Valter Malosti

Incontro per la prima volta Molière e lo faccio con un testo che ha ricevuto un’attenzione distratta in Italia, dove la tragedia e il nero, annidati nella struttura da geniale farsa, complicano probabilmente i piani di chi deve metterlo in scena. Del resto in Italia la frequentazione sulle scene di questo grande autore è cosa recente, solo dagli anni Sessanta si è iniziato con continuità ad affrontarlo, ma L’Ecole des femmes non è considerato tra i capolavori. A torto perché, come dice Cesare Garboli: “in tutta la storia del teatro moderno non esiste documento di più lucida ed oscura provocazione [ ... ] come in una cellula dal grande sviluppo futuro, si celano nella Scuola delle mogli i germi del tema molieriano che la vita è malattia”. 

Colgo nella pièce un carattere visionario, il delirio in cui sprofonda il protagonista al termine della commedia, si trasforma in una vera e propria anatomia della rovina di cui è Arnolfo stesso l’artefice, come l’Alceste del Misantropo.  

Una volta stabilito il fatto che La scuola delle mogli non è una semplice farsa dico anche che la farsa naturalmente deve conservarsi, perchè se non si fa ridere con questo testo, si fallisce, e in questo contesto ripenso alla grande lezione delle farse alte e allucinate di Leo de Berardinis e del suo alter ego: il Leòn de Berardin di Scaramouche. 

 

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